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Memoria di un incontro: Luca
"Pronto!…" "Parlo con la dottoressa Manuela Tonini?" "Si, ma non sono dottoressa" "Beh,… non importa: mi chiamo Stefania e sono la mamma di un bambino autistico di otto anni; ho letto della terapia craniosacrale nel libro del Dottor Massimo Montinari, che la consiglia nei casi di autismo; così ho visto il suo numero di telefono." "Sì, ho letto il libro; come Istituto siamo grati a Montinari, anche se personalmente non ho ancora avuto il piacere di incontrarlo". "Il mio bambino sta seguendo la cura Montinari; con molta probabilità i danni sono stati causati dalla vaccinazione, forse…naturalmente si presuppone…". "Di dove siete?" "Abitiamo a… e Modena è la città più vicina." "Guardo in agenda…vi aspetto il 13 gennaio alle ore 17,30." Non ricordo bene la conversazione telefonica con Stefania, credo mi abbia detto molte altre cose, ma io preferisco sempre vedere personalmente e soprattutto verificare se posso realmente rendermi utile. Quello che ricordo perfettamente è Luca… il suo sguardo e il suo smarrimento. Ricordo questo "guardare attraverso", ricordo il suo disagio entrando nel mio studio. Stava aggrappato alla madre con tutte le sue forze come i cuccioli degli animali quando sono terrorizzati. Credo che la prima volta non abbia mai toccato con i piedi il pavimento. "Che cosa dobbiamo fare?". "Il bambino deve coricarsi sul lettino in posizione supina". "E' impossibile non ci stà". "Proviamo…". Stefania con decisione mette Luca sul lettino: il bambino è terrorizzato, ma io ugualmente lo tocco e prendo delicatamente la sua testa per ascoltare il ritmo cranico. Strofino il mio naso sulla sua fronte come gesto di affetto. Il cranio è contratto, le suture sono come murate, velocemente mi rendo conto della forte compressione cranica e della tensione delle membrane, La sfeno-basilare è compressa, lo sfenoide segue l'occipite, i temporali sono in rotazione interna come i parietali, anche l'osso occipitale e l'atlante (c1) sono compressi. Luca è teso.
"Che cosa gli piace?". "Le favole e la musica". "Quale musica?". "Tutto quello che è melodico e ripetitivo". "Per esempio?". "Ama ascoltare De Andrè, Fratelli d'Italia, la canzone di Marinella e Jodie." "Ok, cantiamo…". Mentre io, Stefania e Antonio cantiamo le mie mani ascoltano il "silenzio", ascoltano l'isolamento e iniziano a lavorare. Naturalmente faccio molta fatica, Per venti minuti di trattamento abbiamo cantato, malissimo, quasi un CD. Poi Luca vuole alzarsi, lo lasciamo fare. "Prendi le mie mani Luca, sentile e dammi un segno di amicizia" Così Luca prende le mie dita, gira la testa verso il muro e con le sue dita le stringe tre volte. "Grazie Luca, siamo amici vero?" Poi Antonio prende Luca sulle sue spalle ed escono dallo studio, mentre scende per le scale Luca mi regala uno sguardo che io non dimenticheò mai: inquietante, profondo, intenso e un po’ complice. Penso "… eppure c'è…Lui c'è… non sò dove ma c'è". I nostri incontri proseguono, vedo Luca ogni tre settimane, tra De Andrè, favole e racconti. Il bambino sta cambiando, guarda per diversi secondi, e ascolta: è più recettivo e straordinariamente simpatico. Alla fine di un trattamento mi ha regalato uno sguardo che ho definito "perfetto", di una tale totalità che le parole non possono esprimere la bellezza che ho visto. In quei pochi secondi in quello sguardo io ho visto la perfezione. Vi sono stati giorni in cui le cose non sono andate così; io e i genitori eravamo ridotti uno straccio, Luca ha dato il meglio di sé in fatto di agitazione, ma non l'ho sentito come un insuccesso: non tutti i giorni possono essere uguali. Stefania e Antonio sono coraggiosi, decisi, ma questo non è tutto; hanno quello che io chiamo "il senso del sacrificio", che per me significa "rendere sacro". Il loro amore verso Luca è la loro forza; la loro determinazione e la loro consapevolezza sono i pilastri su cui costruire. Io sono solo uno strumento, sono grata all'esistenza per questo; in realtà non so quanto otterrò, dove Luca mi permetterà di arrivare, ma ci stiamo provando. Mi avvalgo della mia esperienza, ma in certi casi non è sufficiente: occorre dedizione. I danni cerebrali sono gravi, ma c'è quello sguardo, e ciò mi dà speranza. Nessuna illusione, tutto quello che arriva è importante; anche un sorriso, un piccolo gesto di felicità. Per questo ho deciso di insegnare ai genitori un protocollo di base; in questo modo essi stessi potranno trattare i loro figli tutti i giorni e ascoltare il silenzio con dedizione e amore. In questo mondo il coraggio di pochi è ciò che mantiene l'equilibrio fra la rassegnazione pressappochista e l'autenticità dell'essere. Questi genitori sono coraggiosi. Con le parole mi è quasi impossibile esprimere quello che sento quando le mie mani toccano oltre il muro. Ascoltare il silenzio, sì, perché ha tanto da dirci. Mentre sto scrivendo Chavela Vergas sta cantando "La llorona"; l'intensità della sua voce così antica e di questa melodia che tocca l'anima, esprime perfettamente il senso della forza, quella che viene dal cuore e la sola che può vincere perché porta in sé la trasformazione. Naturalmente vi sono casi in cui non mi è possibile trattare i bambini perché troppo agitati, spaventati. Sono bambini in cui i danni hanno provocato una ipersensibilità con ipercinetismo. Anche un tocco leggero per loro è insopportabile: è come se non avessero pelle. In questi casi la terapia può essere fatta durante il sonno. Diventa importante l'insegnamento ai genitori. Un terapista non ha modo di farlo. Nei corsi lavorano e imparano prima su se stessi, aumentano la sensibilità della percezione, entrano in contatto con "il sistema respiratorio primario", lo spazio dove ogni essere umano attinge le proprie risorse. Questa memoria di un incontro è una piccola testimonianza di quante difficoltà alcune famiglie affrontano quotidianamente sostenendo e proteggendo i loro figli. In questo spesso sono soli, mancano di strumenti; le risorse, i punti di riferimento non sono sufficienti. Solo il loro costante impegno, il loro coraggio li fa andare avanti, ricercando costantemente. Invito i colleghi e gli allievi del nostro Istituto a contribuire con le loro mani e il loro cuore a sostenere questo impegno. I genitori che ho incontrato restano con me mentre lavoro con il loro figlio: il papà di una bambina dolcissima di nome Camilla resta in contatto con il ritmo craniosacrale toccandole i piedi per tutto il tempo del trattamento, mentre la mamma canta filastrocche. Siamo testimoni di pensieri, parole, emozioni mai espresse, ma non per questo inesistenti.
Manuela Tonini |
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